L’annuncio: equity crowdfunding in Italia oltre alle “startup innovative”

10 Luglio, Politecnico di Milano. Evento intitolato: “Crowdfunding & Entrepreneurship: an European Perspective”. Auditorium pieno di persone. Età media: più alta di quello che avviene normalmente negli eventi di crowdfunding europei, ma che ci vuoi fare, è un nostro tratto demografico.
Primo intervento, in diretta da Roma, Mattia Corbetta del Ministero dello Sviluppo Economico. Tipo in gamba, è stato una delle menti della legge in vigore per l’equity crowdfunding in Italia. Peccato che questa legge serva a poco o a nulla, visto che la scena dell’equity crowdfunding nostrano è praticamente inesistente.

Orecchie tese verso le parole di Mattia, ci si aspetta un annuncio di cui si vocifera già da qualche mese, una revisione della legge, che possa estendere questa nuova forma di finanziamento anche a startup e piccole imprese non “innovative”. “Stiamo pensando di allargare la possibilità di raccogliere fondi tramite i portali di equity crowdfunding anche alle imprese sociali ed ai fondi di venture capital ed altri veicoli d’investimento” annuncia Corbetta in collegamento Skype. Purtroppo non c’è stato tempo per le domande e commenti, anche se ce ne sarebbero state molte.

Certo è una buona cosa che ad imprese sociali e veicoli d’investimento venga data la possibilità di raccogliere fondi ed espandere il proprio capitale tramite equity crowdfunding. Ma ancora una volta tale possibilità viene preclusa a gran parte delle imprese alla base del tessuto economico italiano: le piccole medie imprese, come ristoranti, negozi di cosmetica naturale o microbirrifici. Sono infatti proprio queste tipologie di business che all’estero raccolgono cifre notevoli tramite l’equity crowdfunding. E non c’è da stupirsi della cosa: le piccole medie imprese, le piccole aziende ed attività commerciali sono quelle che hanno sofferto maggiormente – e tuttora soffrono – gli effetti del credit crunch della crisi economica. Allo stesso tempo, non sono business troppo appetibili per un venture capitalist, ma il loro business model è semplice abbastanza da poter essere compreso da una folla di investitori non professionisti. Su Crowdcube, una catena di tacos ha appena raccolto più di 1 milione di sterline per espandersi a Londra.

E che dire delle lunghe procedure che i portali devono intraprendere per iscriversi al famoso registro CONSOB? Cosa si può fare per abbreviare questo processo? Ed il limite d’investimento per gli investitori non professionisti, che al momento ammonta a €1000 all’anno, rimarrà invariato anche per chi può permettersi di investire cifre maggiori? Capisco le esigenze e la preoccupazione della CONSOB di proteggere gli investitori, ma perché non fare come in altri Paesi Europei dove non viene posto limite, non solo per gli investitori professionisti (come avviene anche da noi), ma anche per i cosiddetti “high net worth individuals”, cioè persone con un reddito annuale superiore ad un tot che però non sono investitori di professione.

Di quesiti e commenti da porgere al Ministero dello Sviluppo ce ne sarebbero tanti quanti sono gli ostacoli da rimuovere affinchè il crowdfunding possa liberare tutto il suo potenziale come risorsa finanziaria innovativa. L’ultimo annuncio ha sicuramente dato un segnale positivo: il Ministero sta continuando ad osservare il fenomeno ed i suoi sviluppi anche a livello internazionale e sta cercando di reagire (con molta cautela) di conseguenza. Ce la faremo anche noi, prima o poi.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...